11 Settembre, un italiano a New York quel giorno: “Una città fantasma, il terrore arrivava dal cielo”

torri-gemelle

“Per giorni e giorni, dopo quella mattina dell’11 settembre, lo spazio aereo su New York rimase chiuso. Era tutto sbarrato, uffici, musei, locali, e i cittadini si riversavano a Central Park per passare il tempo, mentre da Ground Zero continuavano a levarsi colonne di fumo. Sulle nostre teste passavano solo velivoli militari, ma a ogni rombo dal cielo tutti si fermavano e guardavano in alto terrorizzati: la paura arrivava da lì”. E’ ancora scioccante come allora il racconto, che quindici anni dopo, Filippo Andrea Rossi, quarantenne milanese che quel giorno era nella Grande Mela per la prima vacanza negli States, fa a Tgcom24.

Cosa ricorda di quell’11 settembre 2001 a New York?
“Il mio ricordo parte dalla foto che scattai il giorno prima allo skyline dal Manhattan Bridge: era il 10 settembre intorno alle 15, ero arrivato da poche ore e giravo da solo anche se il tempo minacciava un uragano, che subito dopo lo scatto arrivò. Ma immortalai per l’ultima volta le Torri Gemelle ancora in piedi. Solo la pioggia di quel pomeriggio e il mal di testa dell’indomani mi impedirono di visitarle. E mi salvai. Quella tragica mattina avevo infatti in programma di andar lì. Sulla guida avevo letto che era consigliato visitarle al mattino, con la luce alle spalle, per godere meglio del panorama. Ma alle 9 ero ancora a letto, a casa del mio amico che mi ospitava per quei 15 giorni di vacanza che mi ero regalato per la mia prima volta negli States”.

Cos’è la prima cosa che le viene in mente ripensando a quel giorno quindici anni dopo?
“E’ incredibile, ho ancora nelle orecchie le sirene delle ambulanze. Eravamo nella 64ma, lontano dall’attacco, ma in una zona di ospedali. Non sapevamo ancora cosa fosse successo, ma ricordo questo via vai incessante di ambulanze. Subito dopo da Bergamo era riuscito a chiamarci un amico che voleva sincerarsi delle nostre condizioni e che ci raccontò quello che sapeva dall’Italia. Accendemmo la Tv, non credevamo ai nostri occhi e rimanemmo incollati allo schermo fino a mezzogiorno. Poi uscimmo; il mio amico, a New York da qualche tempo come ricercatore al Memorial Sloan Kettering Cancer Center, non riusciva ad avvisare i suoi e alla fine dal pc del suo laboratorio riuscimmo ad inviare una mail a mio fratello”.

Com’era la situazione tutt’intorno?
“Da lontano, vedevamo migliaia di persone in giacca e cravatta, in cammino, risalire da Manhattan verso Nord. C’era un clima surreale. Intorno a noi silenzio e nessuna auto: sembrava una città fantasma. Dov’era finita la frenesia della metropoli che avevo conosciuto il giorno prima? Ora era un misto di incredulità e dolore. Per giorni, ricordo, spuntavano veglie spontanee di preghiera ad ogni angolo, si respirava tanto patriottismo, si cantava l’inno e si piangeva. Per i miei restanti 15 giorni non mi sono mai potuto avvicinare a Ground Zero, si poteva arrivare fino alla 14ma Strada. Lì, tra le macerie, si lavorava incessantemente e si respirava fumo. Ho avuto paura, dall’Italia mi imploravano di rientrare, ma non mi sentivo in pericolo e volevo restare. Ho pensato anche di mettermi in fila per donare il sangue, insieme a migliaia di newyorkesi”.

Come ha trascorso i restanti giorni del viaggio?
“Si andava a Central Park, dove si ritrovavano tutti. E, come tutti, si sobbalzava a ogni passaggio di aereo. Erano quelli militari, perché sulla città c’era il divieto di sorvolo, ma tutti eravamo in egual misura terrorizzati: la morte e la distruzione erano arrivati dal cielo. Per due giorni non c’era traccia di taxi e dei tassisti pakistani: temevano vendette. Ho seguito maratone di diritte Tv e una cosa ricordo perfettamente: solo in Italia sono state mostrate le immagini dei disperati rinchiusi nelle Torri colpite che si gettavano dalla finestra. All’America l’informazione risparmiò in quei giorni altro dolore. D’altronde il clima era cambiato: i locali dove fino alla sera prima anche noi avevamo fatto festa non erano più gli stessi perché la gente non era più la stessa. Parlavo con i miei coetanei e tutti mi dicevano: ‘La mia vita è segnata. Ho perso un parente, ho perso un amico’. Una tragedia immane”.

E’ mai più tornato a New York?
“Ci sono tornato pochi mesi dopo, nel febbraio del 2002. Era in corso l’allarme antrace. Ma il ricordo di quell’11 settembre, ancora fresco, continuava a mantenere sulla città un clima surreale. E il contesto è ancora segnato”.

TGCOM